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Opportunità o trappola? Forse un po’ l’una e un po’ l’altra. Lo stage può rappresentare un trampolino di lancio per i giovani verso il mondo del lavoro, ma anche uno strumento ad uso e consumo delle imprese per il reclutamento di personale a costo zero (o quasi). Può essere utile, inutile e persino dannoso: dipende dall’utilizzo che se ne fa. Insomma, ci sono stage e stage. In Italia lo stage è stato introdotto dal Pacchetto Treu (legge 196/1997) che all’articolo 18 parla di “tirocini formativi e di orientamento”. Successivamente è intervenuto il decreto ministeriale 142/1998, che ne ha definito finalità, modalità di attivazione e durata. Oggi gli stage sono di gran moda. L’indagine Exclesior, realizzata annualmente da Unioncamere e ministero del Lavoro, ha stimato che nel 2008 (ultimo dato disponibile) le imprese italiane ne hanno attivati 305mila, con una crescita del 34% rispetto al 2006. E la cifra non tiene conto di quelli effettuati nella Pubblica amministrazione. La regione più attiva su questo fronte è la Lombardia (60.800 stage), con a seguire, a distanza, Veneto (33.790) e Lazio (31.360).
“Lo stage – osserva Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl – ha un po’ perso la sua funzione, che è quella di aiutare i giovani a formarsi e prendere contatto con il mondo del lavoro. Col tempo, da strumento virtuoso ha preso un’altra piega. Tante imprese fanno le cose per bene, ma sono anche molto frequenti i casi di uso distorto. Con il governo stiamo discutendo su come riqualificare lo stage, recuperandone la natura originaria e rendendo più efficaci gli elementi di vigilanza e controllo. Come Cisl proponiamo di incardinare i tirocini nel percorso scolastico, per permettere agli studenti dell’ultimo anno delle superiori e dell’università di fare un’esperienza in azienda”.
Il problema non è, quindi, lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa. E, ancora più a monte, come viene organizzato e “sorvegliato”. Questi aspetti chiamano in causa la responsabilità degli enti promotori, ovvero i soggetti che fanno da tramite fra lo stagista e l’impresa. I principali enti promotori previsti dalla normativa sono i centri per l’impiego, le università, i centri di formazione professionale, le istituzioni scolastiche statali e non.
“Lo stage è uno strumento neutro – spiega Eleonora Voltolina, direttore di Repubblicadeglistagisti.it, sito internet di informazione, servizio e denuncia e autrice dell’omonimo volume appena uscita da Laterza –: può essere utilizzato bene per completare una formazione e inserire un giovane nel mondo del lavoro, oppure può essere utilizzato male, magari per pagare poco o per nulla un dipendente. Bisogna stare vigili, gli stage fasulli vanno denunciati e scoraggiati. Tra chi ci scrive prevalgono i delusi, ma sono tante anche le persone che raccontano esperienze positive. Nella scelta di uno stage bisogna tenere conto delle proprie competenze e aspettative, sapendo dire anche dei no”.
Insomma, in questo caso non vale il detto “piuttosto che niente, meglio piuttosto”. Quello che può andare bene per un giovane studente universitario, probabilmente non può andare altrettanto bene a un laureato, magari con già qualche parentesi lavorativa alle spalle. E ciò vale sia per le mansioni, sia per lo “stipendio”. Anzi quest’ultimo è un tasto delicato perché le aziende non sono obbligate a versare alcunchè. In genere prevedono un rimborso spese, di solito non particolarmente elevato (in media il guadagno si aggira tra i 500 e i 700 euro netti, più un buono pasto). E il mondo imprenditoriale cosa dice?
“Lo stage – evidenzia Paolo Citterio, presidente di Gidp/Hrda, Associazione direttori risorse umane - è un’opportunità molto importante per i giovani e per le imprese. E’ un ottimo strumento, che serve a conoscersi reciprocamente. In Italia molti giovani escono dall’università senza aver mai messo piede in un ambiente di lavoro. Le aziende lo utilizzano per testare la persona in vista di un’eventuale assunzione. Certo, c’è anche chi ne fa un uso improprio. E questo accade soprattutto nella realtà più piccole, quelle in cui l’imprenditore non fa ricerca, non vuole crescere, non crede nel valore della laurea. Nella media e grande impresa è diverso. Un ruolo di controllo contro gli abusi lo gioca anche il sindacato”.
Le valutazioni di Citterio sono confermate dai numeri. Le esperienze più positive si riscontrano, in genere, nelle imprese più grandi, dove la cultura dello stage è più diffusa. Non a caso, come evidenzia ancora la ricerca Excelsior, nel 2008 il tirocinio si è concluso con un assunzione, rispettivamente, per il 18,2% e il 20,3% degli stagisti di aziende tra 250-499 e oltre 500 dipendenti e solo per il 6,8% di chi ha lavorato in imprese fino a 9 addetti.
Ricerche: solo uno stage su cinque si conclude con il lavoro
Lo stage è uno strumento valido per chi vuole formarsi, ma poco efficace per trovare lavoro. E’ quanto evidenzia un’indagine realizzata (giugno 2010), su quasi 3mila persone, da Isfol Orientaonline e Repubblicadeglistagisti.it. I ricercatori hanno scoperto che appena un tirocinio su cinque (21,1%) si conclude con l’offerta di un contratto di lavoro per lo più flessibile (2,3% a tempo indeterminato, 5,6% a tempo determinato, 6,4% a progetto, 6,8% in collaborazione occasionale); che la possibilità di essere assunti cresce se lo stage è effettuato a completamento di un percorso specialistico di studi (24,3% nel caso di laurea specialistica e 28,4% di qualifica professionale, contro una media del 21,1%); che è molto più facile trovare un primo e poi un secondo e un terzo stage, rispetto a un primo lavoro (il 48,4% ha fatto uno stage, il 32,7% due e il 18,9% 3 o più). L’indagine ha anche rivelato che lo stagista tipo è una ragazza laureata tra i 25 e i 30 anni, che ha come aspettativa principale quella di trovare un lavoro (33,2%) e, a seguire (24,4%), di completare la propria formazione. Il dato sull’età è interessante perché gli stagisti italiani, oltre ad essere tanti, sono spesso troppo vecchi. In America e negli altri Paesi europei la gran parte è composta da studenti, che utilizzano questa opportunità a fini soprattutto formativi. All’estero lo stage viene svolto per lo più verso la fine del percorso di studi, in Italia no. Da noi prevalgono le persone con la laurea, se non il master, e non è raro trovare stagisti ultratrentenni, che sgobbano tutto il giorno per pochi euro al mese. Un’altra ricerca interessante è stata realizzata da Gidp/Hrda, che ha interpellato (luglio 2010) 117 soci (in sostanza direttori del personale), per indagare il rapporto fra neolaureati e stage. Secondo quanto emerso, 8 aziende su 10 (il 75% del campione ha più di 250 dipendenti) organizzano degli stage prima di assumere, della durata media di 6 mesi (68,3%). Stage retribuiti: il 23% prende 500 euro netti, il 18% 600, il 13,6% 700, l’11,1% 800. Quelle che non pagano sono circa il 4%. Da segnalare il dato sulle assunzioni: il 28,2% delle imprese ha dichiarato di avere assunto oltre il 60% dei neolaureati che hanno terminato lo stage, mentre oltre il 31% nessuno o quasi (da 0 al 5%). Le previsioni per il futuro sono, però, meno positive. Le aziende che pensano di ampliare gli organici inserendo degli stagisti-neolaureati scendono al 18%.
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