Amare per i lavoratori le bollicine della Coca Cola PDF Stampa
La multinazionale di Atlanta annuncia 31 esuberi a Sesto San Giovanni.

29.7.10.
Le bollicine della Coca Cola non hanno un sapore dolce per i lavoratori della sede di Sesto San Giovanni, nel milanese. Il colosso di Atlanta ha infatti annunciato un piano di riorganizzazione europeo che prevede il taglio di 31 dei 60 dipendenti in forza negli uffici ubicati nella ex Stalingrado d’Italia. Un “sacrificio” che i sindacati considerano inaccettabile e, soprattutto, immotivato.
“Il consumo di Coca Cola nel nostro Paese – osserva Alessandro Marchesetti, segretario della Fai Cisl di Milano – è secondo in Europa solo a quello russo. Il piano presentato dall’azienda contraddice l’importanza e i volumi di questo mercato e svilisce il patrimonio di professionalità maturato e custodito a Sesto San Giovanni. L’impatto della riorganizzazione sarà più pesante qui che nel resto della Divisione europea. E noi non ci stiamo”.
A Sesto San Giovanni è attivo un centro direzionale di Coca Cola Company Italia, con una forte specializzazione sul marketing. Nelle intenzioni del management (i sindacati sono molto critici, in particolare, con i vertici italiani) molte delle funzioni finora svolte nel milanese dovrebbero essere trasferite in Grecia e nell’Europa dell’Est. 
“Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil – si legge in una nota unitaria - hanno chiesto di non procedere a licenziamenti ma di ricorrere a strumenti alternativi utili a mantenere in Italia occupazione, know-how e per difendere l’alta professionalità delle lavoratrici e dei lavoratori che ha permesso di continuare a portare profitti, utili e crescita per il  marchio. Riteniamo inaccettabile questo comportamento da parte di una multinazionale che dichiara e si vanta di agire nel rispetto dei principi di trasparenza e responsabilità sociale verso i propri dipendenti e verso i Paesi in cui opera”.
Alle richieste dei sindacati l’azienda ha risposto con la rottura delle trattative. La situazione resta dunque incerta. Una prima ristrutturazione c’era già stata nel 2000 (quando i dipendenti scesero da circa 100 ai 60 di oggi). Il timore è che questa seconda ondata di esuberi nasconda la volontà di giungere, prima o poi, alla chiusura della sede sestese.
 
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