Stranieri e permesso a punti PDF Stampa
"Utile se premia chi s'impegna". 

Milano
- Prova di lingua italiana: «Le nostre signore che lavorano come colf imparano le parole che servono. Per esempio le domande "devo pulire anche la cucina?", "le camicie sono da stirare?", "dove trovo i detersivi?"» (padre Alexandre, ucraino). Prova di Costituzione: «L' altra sera guardavo le Iene, in tivù. Intervistavano vip e parlamentari, e tanti non sapevano nemmeno un Articolo» (Abbes Abbes, tunisino). Prova di scolarizzazione dei figli: «Nella classe di mia figlia ci sono sei straniere. E sono le più brave. Vada in via Settembrini, domandi alle prof, vedrà che è vero» (Fatos Faslliu, albanese). Cominciamo da quest' ultimo. Ieri è partito per il Canton Ticino, dietro ad alcuni quadri. I quadri sono di Ibrahim Kodra, albanese milanesizzato, e sono in viaggio per una mostra oltre confine, sul lago di Lugano. Fatos, 55 anni, è a capo della Fondazione intitolata al pittore scomparso, ruolo che divide con il milionario kosovaro Behgjet Pacolli. Pacolli vive in Svizzera, Fatos, che di mestiere fa il factotum, s'è radicato in Italia, a Milano. Dice: «Con gli stranieri, il governo elvetico è inflessibile. Ma premia chi se lo merita. Chi lavora, chi fatica. Il permesso a punti? Sono d' accordo. Devo dimostrare di volermi integrare, di meritarmi quell'Italia che mi ha accolto». Secondo l' ultimo, recente rapporto dell' Orim, l' Osservatorio regionale sull' immigrazione, in Lombardia vivono un milione e 170 mila stranieri; ogni giorno si registrano 300 nuovi arrivi; ci sono 150 mila alunni immigrati; il 22% degli stranieri ha una casa di proprietà, il 52% è in affitto; a Milano abitano oltre duecentomila stranieri. Tra questi, c' è Abbes Abbes, 49 anni. Stando fermo nel suo ufficio riesce comunque a osservare parecchia Italia. Abbes Abbes presiede il Tribunale dell'immigrato, associazione che assiste gli stranieri. E dunque, andando in ordine sparso, è informato di casi di donne e uomini pagati in nero, licenziati senza venir pagati, cacciati se per caso si fanno male, trasferiti senza che lo sappiano da una cooperativa a un'altra, da un appalto a una subappalto. «Lo sa come finirà il permesso a punti? Che cresceranno, ancor più, le illegalità. Sorgeranno agenzie che insegneranno l'italiano agli stranieri in tempi record, per prepararli agli "esami"... oppure nasceranno fantomatici mediatori scolastici per i figli in difficoltà con l' apprendimento. Sarà un business». Troppo pessimista, Abbes Abbes? Padre Alexandre Visosky è la guida spirituale, e non soltanto, della religiosissima comunità ucraina, che dal 2001, a Milano, è aumentata, pensate, del 3.000 (sì, tremila) per cento. Il sacerdote, ogni domenica, celebra al quartiere Isola, all'ombra dei cantieri dei grattacieli per i milionari, le messe per colf e badanti. «Il permesso a punti? Credo che si debbano fare dei distinguo. La lingua italiana, come le dicevo prima: c'è chi la deve imparare per forza subito e chi può prendersi del tempo, apprenderla piano piano. Poi, chiaro, se il permesso a punti vuole essere un modo per tutelare chi s'impegna, ecco, potrebbe essere uno strumento utile. Ma sarà così?». In questa Milano inquinata, tra il pallottoliere degli sgomberi (un continuo aggiornamento di blitz del Comune contro i campi rom, siamo vicini a quota 200) e la crisi che preoccupa anche gli immigrati (sempre citando l'Orim, il tasso di disoccupazione è salito al 13%), Maurizio Bove, dell'Ufficio immigrazione della Cisl, trova «vergognoso e incivile il riproporre, da parte del governo, la possibilità per un medico di denunciare un clandestino». Cosa che, immaginiamo, mai succederà nella carriera del dottor Fabrizio Signorelli, volontario del Naga, associazione che i clandestini li cura, e gratis; cosa che, va detto, mai è successa a Carmita Vargas, 36 anni, dell'Ecuador, a Pioltello, nell'hinterland, portavoce delle 80 comunità di stranieri che fanno della cittadina un grandangolo sul mondo. «Il permesso a punti? Esiste già la legge - dice Carmita, professione baby sitter, che esercita da italiani -. Se sbaglio, pago, e posso essere messa in cella, o espulsa. Ma in caso contrario, ho diritto a vivere qui. Né più né meno di voi italiani».

(Andrea Galli, Corriere della Sera, venerdì 5 febbraio)
 
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